Nomination oscar 2009
January 26, 2009 by federica
E… Aspettando la fatidica frase “And the winner is…” le nomination:
Miglior Film:
Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher
Frost/Nixon di Ron Howard
Milk di Gus Van Sant
The Reader di Stephen Daldry
The Millionaire di Danny Boyle
Miglior Attore Protagonista:
Richard Jenkins per L’ospite inatteso
Frank Langella per Frost/Nixon
Sean Penn per Milk
Brad Pitt per Il curioso caso di Benjamin Button
Mickey Rourke per The Wrestler
Miglior Attrice Protagonista:
Anne Hathaway per Rachel sta per sposarsi
Angelina Jolie per Changeling
Melissa Leo per Frozen River
Meryl Streep per Il dubbio
Kate Winslet per The Reader
Miglior Regia:
David Fincher per Il curioso caso di Benjamin Button
Ron Howard per Frost/Nixon
Gus Van Sant per Milk
Stephen Daldry per The Reader
Danny Boyle per The Millionaire
Miglior Film D’Animazione
Bolt Kung Fu Panda Walle
Miglior Sceneggiatura Originale:
Courtney Hunt per Frozen River
Mike Leight per La felicità porta fortuna
Martin McDonagh per In Bruges
Dustin Lance Black per Milk
Andrew Stanton e Jim Reardon per Walle
Miglior Attrice Non Protagonista:
Amy Adams per Il dubbio
Penelope Cruz per Vicky Cristina Barcelona
Viola Davis per Il dubbio
Taraji P. Henson per Il curioso caso di Benjamin Button
Marisa Tomei per The Wrestler
Miglior Attore Non Protagonista:
Josh Brolin per Milk
Robert Downey Jr. per Tropic Thunder
Philip Seymour Hoffman per Il dubbio
Heath Ledger per Il cavaliere oscuro
Michael Shannon in Revolutionary Road
Migliore Film Straniero:
The Class Revanche Valzer with Bashir
Cosa aggiungere…. se non…. Che VINCA IL MIGLIORE!!!!!

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Nomination oscar 2009
Kanye West featuring….. Louis Vuitton!
January 26, 2009 by federica
La scarpa monocromo, di un rosso acceso, ha avuto il suo debutto ai piedi di Kanye West durante la passerella parigina di Louis Vuitton. Particolare distintivo una linguetta, posta sul retro, che la rende ideale con i jeans. La Collezione sarà in vendita da giugno negli store Louis Vuitton. 
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Kanye West featuring….. Louis Vuitton!
Madonna, Gwyneth e Agent Provocateur
January 22, 2009 by gianlucaburicchi

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Madonna, Gwyneth e Agent Provocateur
Isabel Toledo & Michelle Obama
January 21, 2009 by Fatindivid

Da semisconosciuta a stilista di Michelle Obama!

Scelta sicuramente non casuale, visto che i concetti di rinnovamento e speranza simboleggiati dal giallo sono alla base della campagna elettorale del 44esimo presidente degli Stati Uniti!

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Isabel Toledo & Michelle Obama
Party Rodeo Magazine & Andrew MacKenzie
January 20, 2009 by fedescata

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Corso di fotografia con Angelo Tondini
January 20, 2009 by Occalpals


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Corso di fotografia con Angelo Tondini
D&G al Giro d’Italia
January 12, 2009 by Occalpals
D&G entrano nel mondo dello sport. Al via del 9 maggio 2009 la famosa maglia rosa sarà firmata dagli stilisti di fama mondiale. Quest’anno il giro partirà dalla slendida Venezia. La maglia è stata presentata lo scorso 12 dicembre a Milano nella sala Montanelli del Corriere della Sera in presenza di Ivan Basso, Danilo di Luca, Gilberto Simoni e Damiano Cunego. (fonte: Moda Blog)

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D&G al Giro d’Italia
Men’s Vogue Usa vuole riconquistare i lettori
January 12, 2009 by atmothelona
Un interessante articolo da moda-blog.it:
“(Alessandra Scotacci) – Non tutti i mali vengono per nuocere. Parola de L’Uomo Vogue Usa. L’edizione americana della famosa rivista del gruppo Condé Nast, dedicata alla moda maschile e ridotta ormai a due soli numeri l’anno, promette di non deludere i suoi tanti lettori con un’edizione speciale per festeggiare la primavera 2009. Che debutterà con il numero di aprile dello storico Vogue America in formato reverse- bound, ovvero rilegata a testa in giù assieme al patinato magazine diretto dalla temuta Anna Wintour. Tom Florio, senior vice president e direttore editoriale di Vogue, Teen Vogue e Men’s Vogue aveva anticipato che quello di aprile sarebbe stato il mese ideale per un’eventuale partnership tra riviste. Il suo suggerimento sembra essere stato recepito: le due edizioni dedicheranno ampio spazio alle ultime tendenze in fatto di gioielli per lei, e a tutte le novità sugli orologi per lui, con una dettagliata sezione sui cosiddetti “accessori di lusso”. Che, dicono gli addetti ai lavori, non dovrebbero mai mancare nel guardaroba di un vero gentleman. L’iniziativa editoriale del gruppo Condé Nast non ha lasciato indifferenti le case di moda, che per un numero così speciale e prezioso non hanno esitato a mettersi in fila per le inserzioni pubblicitarie. Stando alle poche indiscrezioni filtrate fino ad ora sarebbero circa 25 – su 60 totali – le pagine dedicate all’advertising. Il prezzo per far pubblicare una pagina intera a colori con la propria pubblicità? Circa 52mila dollari. Un vero affare rispetto ad altri magazine: basta sapere che per apparire su Vogue bisogna sborsarne 128mila e che GQ ne chiede circa 118mila.
Il più veloce ad aggiudicarsi l’ambita seconda di copertina è stato in ogni caso lo stilista a stelle e strisce per eccellenza: l’inossidabile Ralph Lauren. Il futuro di Men’s Vogue si era fatto incerto quando il gruppo Condé Nast – messo a dura prova dalla recessione che l’ha costretto a rivedere i suoi investimenti – aveva optato per un drastico taglio sui consueti 10 numeri annuali. L’iniziativa della doppia edizione di aprile mira a incentivare sostanziosamente la distribuzione di Men’s Vogue: allegato a Vogue, che conta più di 800mila abbonati, il magazine maschile potrà raggiungere un pubblico ben più vasto dei suoi abituali 350mila fedelissimi. Se l’esperimento dovesse avere successo potrebbero seguire altre edizioni “fuori programma” delle tante creature Vogue: “Se funziona si potrebbe tentare anche con Vogue Casa, che potrebbe tornare in edicola prima di quanto non si pensi – ha confermato Florio, che ha aggiunto ironico – Sempre, ovviamente, che i nostri lettori abbiamo ancora una casa al momento di un’eventuale pubblicazione!”. (9Colonne)”
Campagna pubblicitaria primavera/estate 2009 Balenciaga
January 11, 2009 by fedescata

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Campagna pubblicitaria primavera/estate 2009 Balenciaga
10 Modi per la ripresa economica
January 11, 2009 by federica
Ecco quello che viene detto:
2. Bond e opere“Il cavallo non beve, ma l’acqua non manca” scherza Mario Ciaccia, amministratore della Banca delle infrastrutture, innovazione e sviluppo del gruppo Intesa Sanpaolo, uno dei massimi conoscitori dell’universo grandi opere. Una metafora per sintetizzare un paradosso: non è del tutto vero che non ci sono i soldi per i grandi progetti (ferrovie, strade, centrali, porti). Fino a oggi sono mancati coraggio politico e lungimiranza strategica per farli saltare fuori. Forse è arrivato il momento giusto. Con la recessione alle porte, se non ora, quando puntare sul rilancio delle infrastrutture per ridare fiato al Paese, recuperare il terreno perso facendosi trovare pronti quando l’economia ripartirà?Se si guardasse alla faccenda con l’occhio fisso sullo specchietto retrovisore, i motivi per essere speranzosi sarebbero veramente pochi. Gli stanziamenti annuali in Italia sono assai distanti da quei 60 miliardi di euro ritenuti dagli esperti la soglia minima necessaria. Nella Legge finanziaria 2009, per esempio, non veniva rifinanziata neppure la cosiddetta Legge obiettivo e venivano addirittura tagliati gli investimenti ordinari alle Ferrovie (un miliardo circa) e all’Anas (300 milioni), mentre, come informa il presidente dei costruttori, Paolo Buzzetti, i comuni hanno smesso di pagare le aziende per non sforare il patto di stabilità interno. Nel frattempo in 4 anni sono stati spesi a pioggia 163 miliardi per opere del Genio civile, di cui meno della metà per nuove realizzazioni.Un po’ di soldi (15 miliardi) il governo li ha recuperati grazie all’accordo recente con la Bei (Banca europea per gli investimenti) e altri 16 provengono dalla rimodulazione del piano infrastrutture. Ma forse è arrivato il momento di vendere sul serio parte del patrimonio pubblico da cui sono recuperabili almeno 100 miliardi di euro.Nello stesso tempo è opportuno dare una scossa alla Cassa depositi e prestiti finora prodiga di impieghi con gli enti locali (78 miliardi nei primi 6 mesi 2008) ma assai lenta nel finanziamento di opere pubbliche (1,4 miliardi). Senza tralasciare l’idea, avanzata da Buzzetti, di un bond per le infrastrutture garantito dallo Stato come un Bot.(Daniele Martini)
3. Puntare sul verdeIl presidente eletto americano ne è convinto: investire sulle energie rinnovabili è un affare. Per questo Barack Obama ha annunciato che intende varare un piano decennale da 150 miliardi di dollari nell’eolico, nel solare e nei biocarburanti, prendendo tre piccioni con una fava: inquinare meno, ridurre la dipendenza energetica e creare un volano per l’economia che genererà, si stima, 5 milioni di posti di lavoro.Si può fare altrettanto in Italia? In misura ridotta sì, e senza gravare sulla finanza pubblica. La fonte di energia rinnovabile più efficiente e con maggiore spazio di crescita è quella eolica. Oggi in Italia i generatori a vento hanno una potenza pari a quasi 3 mila megawatt e coprono appena il 2 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità. Uno studio dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev) mostra che entro il 2020 sarebbe possibile passare a 16 mila megawatt installati, coprendo così dal 7 al 9 per cento del fabbisogno. I mulini salirebbero dagli attuali 3.500 a circa 10 mila, limitando al minimo possibile, ritengono all’Anev, l’impatto sul paesaggio.Questo sviluppo sarà finanziato dai certificati che devono comprare le aziende più inquinanti, quindi senza prendere un euro dallo Stato. “In più” sottolinea Simone Togni, segretario generale dell’Anev, “una ricerca condotta con la Uil (presentata il 28 novembre) mostra che i posti di lavoro nel settore passerebbero da 13 mila a 66 mila e, parallelamente, verrebbe stimolato lo sviluppo di nuove aziende. Quello che chiediamo al governo è di rendere più semplici le procedure, come già stabilito dalla legge”.Altro fronte su cui puntare è l’efficienza energetica: un rapporto curato dal Politecnico di Milano per Greenpeace indica che in Italia esiste un potenziale di risparmio ottenibile entro il 2020 superiore al 20 per cento fissato dal pacchetto clima europeo. Questa efficienza si può ottenere migliorando le tecnologie usate attualmente nelle case, negli uffici e nelle industrie (motori elettrici, sistemi di condizionamento dell’aria, elettrodomestici, illuminazione…). Basti pensare che un frigorifero comprato ora consuma un terzo rispetto a quelli degli anni 90. Ma il bello è che, oltre a tagliare 50 milioni di tonnellate di CO2, una maggiore efficienza energetica creerebbe in Italia, secondo il Politecnico, 60 mila posti di lavoro in 14 anni. Al di là delle polemiche con Bruxelles sugli oneri del pacchetto clima, investire sull’ambiente rappresenta un’opportunità che non va persa.(Guido Fontanelli)
4. Più concorrenzaCon la brutta aria che tira sull’economia parlare di liberalizzazioni non è molto di moda. Peccato, perché eliminare gli ostacoli che limitano la concorrenza costa poco (in certi casi nulla) e produce ricchezza. In due modi: da una parte abbassa i prezzi e quindi lascia qualcosa in più nelle tasche dei consumatori, che non è male; dall’altra crea nuove opportunità di lavoro.Certo, non tutte le liberalizzazioni hanno rispettato le attese. Quella delle assicurazioni, per esempio, è stata un mezzo flop. Una che gli esperti di Altroconsumo considerano invece riuscita è quella dei medicinali: una recente inchiesta condotta da questa associazione di consumatori su 60 prodotti senza ricetta in 102 punti vendita ha mostrato che nelle farmacie si risparmia il 3,7 per cento rispetto al 2007, nelle parafarmacie l’11,4 e negli ipermercati il 20,9. E in più sono stati assunti nuovi giovani farmacisti.C’è un ampio consenso sugli effetti benefici che avrebbe un analogo intervento sulla vendita dei carburanti, mercato nel quale ancora oggi, per una serie di norme regionali, aprire un nuovo distributore è difficile quasi quanto trovare un giacimento di petrolio. Nella segnalazione al governo e al Parlamento del 9 giugno scorso, il presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà sottolineava che “le rigidità e le inefficienze della struttura distributiva incidono sul costo finale dei carburanti, con effetti che interessano l’intero sistema economico”.L’autorità che vigila sulla concorrenza indica altri settori che vanno liberalizzati: la distribuzione del gas, il sistema ferroviario (le Ferrovie oggi offrono il servizio, gestiscono la rete e in alcuni casi regolano il mercato), i servizi pubblici locali (la cui riforma sembra finita nel cassetto), gli orari di apertura dei negozi, le assicurazioni, le professioni, dove i codici deontologici continuano a boicottare ogni tentativo di modernizzazione.Il premio in palio è notevole: le liberalizzazioni, a regime, potrebbero provocare secondo uno studio della Prometeia una riduzione del livello dei prezzi al consumo dell’1,7 per cento e soprattutto un aumento del pil sempre dell’1,7 per cento. In tempi di vacche magre sarebbe una manna. Il ministro Giulio Tremonti dovrebbe insistere su questa strada.(G.F.)
5. Una sola poliziaGli investimenti dall’estero in Italia rappresentano in media l’1,13 per cento del pil. Ma nel Mezzogiorno questa percentuale crolla allo 0,05 per cento: meno di un ventesimo. Un divario in parte causato dalla criminalità. Che non arretra, anzi per la mafia la crisi economica sta trasformandosi in un affare. Decapitata da una dura offensiva giudiziaria, Cosa nostra approfitta però del momento per costruire un mercato del credito parallelo, usando la liquidità accumulata anche grazie a una ripresa massiccia delle estorsioni. È un salto di qualità pericoloso: dalla riscossione delle tangenti sugli appalti al cofinanziamento delle opere. È l’allarme dell’economista Mario Centorrino, attento studioso dell’economia criminale nel Mezzogiorno.Come reagire? “Si possono attuare, prima di tutto, misure a costo zero, come l’anagrafe dei conti correnti, che consentirebbe di monitorare gli spostamenti di denaro sospetti. E bisognerebbe soprattutto rendere ancora più efficace l’aggressione ai patrimoni mafiosi. Per esempio consentendo di unificare indagini personali e indagini patrimoniali, che oggi procedono separatamente”. Sui nuovi settori d’investimento criminale, sostiene Centorrino, è necessario un accurato lavoro d’indagine: “Penso a una commissione parlamentare ad alto livello che indaghi settori opachi come la sanità, il traffico di rifiuti, le imprese di pulizia, la grande distribuzione, perfino il fiorire di alberghi di lusso in contesti di assoluto degrado”. Con una premessa, però: “Nella lotta alla mafia, il soggetto che più pare mancare è la politica. Finché resterà il convitato di pietra, è difficile cambiare davvero le cose”.E sul fronte della criminalità comune? “Bisogna cambiare la filosofia degli interventi” suggerisce il criminologo Ernesto Savona. “Finora si è data la caccia ai delinquenti. Dobbiamo, invece, imparare a individuare i luoghi che producono criminalità. Per dirla con uno slogan: dobbiamo inseguire i luoghi, non le persone. Pochi luoghi producono molta criminalità”. Un punto sul quale intervenire è il numero delle forze dell’ordine. “Abbiamo un terzo di poliziotti in più rispetto alla media europea” ricorda Savona. “Dobbiamo averne meno, unificando per esempio polizia e carabinieri, pagarli meglio, renderli più professionali. Insomma, spendere meno soldi per la sicurezza, ma in maniera più virtuosa”.(Bianca Stancanelli)
6. Costruire l’immaginePer la prima volta, dopo stagioni di sostanziale stallo, gli indici del turismo in Italia sono in rosso: -11,9 per cento di spesa da parte dei visitatori, -16,5 per cento gli arrivi. A dirlo è il sottosegretario Michela Vittoria Brambilla, impegnata a rilanciare un settore che vale l’11,4 per cento del pil e impiega 2,8 milioni di persone. “E nonostante questo il budget a disposizione del turismo continua a ridursi”. La causa della flessione, tuttavia, non sta solo nella mancanza di investimenti da parte dello Stato ma anche “nell’incapacità dell’Italia di creare prodotti turistici, che sono cosa diversa dai contenuti di cui, invece, il Paese è ricco”. A sostenerlo è Joseph Ejarque, che ha contribuito a inventare, se così si può dire, il “prodotto” Barcellona, così come la Catalogna e Torino. Forte della sua esperienza in Spagna (paese che in alcuni periodi ci supera nella classifica dei più visitati al mondo), Ejarque suggerisce una ricetta per l’Italia: “Non si devono vendere mete ma esperienze. Il turista di oggi non sa dove vuole andare ma ha chiaro cosa vuole fare: sciare, mangiare bene, cercare l’avventura, visitare musei… Le offerte vanno incanalate secondo criteri motivazionali, non geografici: dovremmo dire sciate in Italia invece di scopri Madonna di Campiglio” raccomanda Ejarque. Il quale sottolinea la necessità di istituire, come in Francia e in Spagna, standard di qualità nazionali, fondamentali per un turista che è sempre più fai da te (il 60 per cento).Convinto che il visitatore sia un borsellino promettente, Ejarque invita a investire massicciamente in attività di marketing: “Nel 2008 il 42 per cento di chi ha cercato informazioni turistiche online ha visitato siti italiani. Solo il 13 per cento però ha prenotato: 9 milioni di potenziali consumatori sono andati persi a vantaggio di Spagna e Grecia, più appetibili nelle offerte e nelle presentazioni su internet”. Attenzione all’immagine: proprio da qui è partito Matteo Marzotto nella sua attività di presidente dell’Enit (agenzia nazionale del turismo). “Nonostante i pesanti tagli, stiamo lavorando a una campagna per promuovere l’Italia nel mondo con testimonial di grande appeal. Il marchio Italia deve essere sexy” teorizza Marzotto, convinto della necessità di promuovere il Paese e non le regioni. “È ridicolo comunicare all’estero 22 realtà che nessuno conosce. Se andiamo avanti sparpagliati, tra un po’ si dimenticheranno persino dell’Italia”.(Lucia Scajola)
7. Ricerca in grandeL’Italia ha un grande problema: le imprese non investono in ricerca. Che fare? Intanto, prendere atto delle cause. Una è la carenza di grandi imprese private, così che la domanda di ricerca è scarsa. Come suggerisce Ugo Arrigo, docente di economia pubblica a Milano Bicocca, bisogna quindi “puntare su una politica industriale che integri le nostre imprese con quelle europee”. A quel punto aumenterà anche la domanda di ricerca italiana.Qualche esempio: “Il settore dell’industria navale, rappresentato dalla Fincantieri, costituisce un’opportunità di sviluppo e lo Stato dovrebbe aumentare il capitale sociale con l’acquisizione di risorse esterne attraverso una parziale privatizzazione. Questa operazione è stata in passato impedita dai sindacati. L’aggregazione con l’industria navale norvegese avrebbe per esempio aiutato la Fincantieri nella competizione con Corea e Giappone e creato opportunità per la ricerca” aggiunge Arrigo.Inoltre la nostra specializzazione produttiva è a bassa conoscenza aggiunta. Occorre quindi passare sempre di più alla produzione di beni ad alta tecnologia che hanno una domanda superiore e un valore aggiunto del 20-30 per cento più alto. Per molti settori ci sono poche speranze, tuttavia quello dell’energia è un’opportunità. “Negli ultimi anni sono sorte molte imprese capaci di produrre tecnologie innovative” ricorda Massimo Beccarello, docente di economia industriale a Milano Bicocca. Dobbiamo “semplificare i processi autorizzativi a livello locale e rendere più rapidi i decreti attuativi”.Più di tutto l’Italia chiede, come dice Antonio Martino, docente di economia alla Luiss, “più concorrenza, meritocrazia e libertà di scelta. A partire dalle università”. Come? “Legando i finanziamenti ai risultati con valutazioni ex post”. Per esempio, un rettore riceverà finanziamenti solo in funzione della produzione scientifica dei docenti che ha reclutato, così che avrà interesse a favorire i più bravi e non gli amici. Anche la defiscalizzazione delle donazioni e il credito di imposta per una quota significativa del carico fiscale alle imprese possono essere utili strumenti per il rilancio.(Luca Sciortino)
8. All’Università copiare la PirelliIl sistema universitario può giocare un ruolo decisivo nella crescita del Paese, sopratutto in una fase di crisi globale. “Uno dei motori della competitività internazionale dell’Italia è l’innovazione. Per favorirla è necessario stabilire una collaborazione sempre più stretta tra i luoghi dove nasce, ovvero l’università e l’impresa” raccomanda Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli e vicepresidente della Mediobanca. “Abbiamo sottoscritto un accordo con il Politecnico di Torino, che ci aiuterà a dare vita alla nostra fabbrica di pneumatici più innovativa del mondo”. All’Università di Milano i manager Pirelli insegnano finanza aziendale. I dottorandi possono fare ricerca usando i laboratori di una delle imprese più efficienti d’Italia. Una collaborazione che però si limita ancora a pochi, fortunati casi.Con le misure finite nel mirino di docenti e studenti, la Finanziaria ha stabilito tra l’altro che le università avranno la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato. “È fondamentale che la gestione accademica sia separata da quella amministrativa. Soltanto così saremo sicuri che i corsi di laurea saranno istituiti in base alle esigenze degli studenti, non per favorire cordate di docenti” spiega Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss.Secondo l’ultimo rapporto Ocse, l’Italia spende per la preparazione degli universitari 8.026 dollari annui, contro una media europea di 11.512. “L’università deve fare un bagno di realismo, valutare la spesa e utilizzare meglio i fondi disponibili. Abbiamo bisogno di più meritocrazia. Smettiamola di finanziare egualmente tutti gli atenei, premiamo i virtuosi e penalizziamo gli inadeguati” sottolinea Maurizio Beretta, direttore generale della Confindustria. Un sistema meritocratico da applicare all’università, ai docenti e anche agli studenti: “Se si istituissero delle borse di studio per i ragazzi meritevoli che frequentano le università disastrate, si darebbe vita a una mobilità studentesca che diminuirebbe il potere dei cosiddetti baroni” propone Roberto Perotti, docente di economia politica e autore del libro L’università truccata. Ma l’ultima parola spetta ai ragazzi.Jacopo Silva, presidente dei Giovani di Confindustria di Padova, avanza un’idea: “Chi detiene il comando ha perso il contatto con la realtà, che è quella che gli studenti raccontano su internet. Segnalano i guasti e il malcostume, raccontano i difetti ma anche le eccellenze. È la voce vera della nuova generazione. Costruiamo un centro d’ascolto che ne tenga conto”.(Karen Rubin)
9. Fare più figliSenza figli non c’è sviluppo. Per farli bisogna anche avere più asili. La domanda potenziale è di 1,6 milioni di posti-bambino dai 3 ai 29 mesi, quelli disponibili sono solo l’8,8 per cento. contro un obiettivo europeo del 33 nel 2010. Arrivare al 15 per cento, traguardo intermedio, vorrebbe dire circa 100 mila posti in più. “Non servirebbero grandi piani di costruzione, come mostrano esperimenti pilota” sostiene Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Alcuni comuni hanno concesso immobili in disuso con cambi di destinazione d’uso facilitati, banche o fondazioni hanno messo a disposizione finanziamenti a tasso agevolato e le famiglie si sono riunite in cooperative per gestirle. Così sono nati 300 nuovi asili in tutt’Italia”. Altra idea è quella del buono per il terzo figlio o prestiti d’onore da restituire quando il ragazzo è grande, insieme a “bebè a tasse zero”, cioè con detraibilità fino ai suoi 3 anni delle principali spese, dalle tasse alle carrozzine. Sono misure possibili e utili, considerando che, secondo una ricerca del Censis, il 59,4 per cento degli italiani adduce redditi troppo bassi come motivazione per la riluttanza a far nascere figli.“Bisogna decidere se le donne le vogliamo a casa o al lavoro” aggiunge Susanna Camusso, segretario confederale della Cgil. “In Lombardia si sta verificando un fenomeno che non succedeva da decenni, la diminuzione dell’occupazione femminile postmaternità”. La relazione della direzione regionale del lavoro illustra che dal 2006 al 2007 le dimissioni delle lavoratrici sono passate da 4.608 a 5.581, motivate quasi sempre dall’esigenza di accudire i figli, aggravate (nel 90 per cento dei casi) dalla mancata concessione del part-time. “Se davvero vogliamo che concilino lavoro e figli, la mia proposta è che si punti ai servizi, dagli asili all’assistenza degli anziani. Al contrario della politica dei bonus, creare servizi aumenta i posti di lavoro. E come dimostrano i paesi del Nord Europa, al crescere dell’occupazione aumenta la natalità”.(Donatella Marino)
10. Tempi certi per la giustiziaIl conto l’ha fatto la Confartigianato: le lentezze della giustizia civile costano alle imprese 2,3 miliardi di euro. Rimedi? Natalino Irti, eminente civilista, avvocato, docente universitario e componente dell’Accademia dei Lincei, ne indica tre, da ottenere con leggi ordinarie. “Il primo consiste nell’obbligo di giocare a carte scoperte dall’inizio, fornendo argomenti e prove fin dall’atto che apre il processo. È un rimedio già applicato, ma che va rafforzato e irrigidito. Seconda misura da adottare: fissare intervalli perentori tra l’una e l’altra udienza e stabilire termini inviolabili per il deposito di provvedimenti del giudice. L’idea è sostituire, alla durata arbitraria del procedimento, una durata predefinita dalla legge. Terzo rimedio: estendere al giudizio d’appello quel vaglio di ammissibilità che è stato introdotto per il ricorso alla Cassazione. Se il giudice reputa l’appello infondato, non si procede oltre. E va anche prevista una responsabilità per infondatezza dell’impugnazione che determini non solo la condanna alle spese, ma pure una sanzione pecuniaria in favore dello Stato, perché il processo è stato utilizzato vanamente”.Anche il costituzionalista Giovanni Pitruzzella, avvocato e docente universitario, è convinto che, contro il disastro della giustizia civile, sia possibile intervenire efficacemente con meccanismi semplici. “La prima correzione da fare è diminuire il numero delle cause civili, insistendo su meccanismi preventivi di conciliazione, peraltro previsti nel disegno di legge Alfano. Va previsto che, se le parti non aderiscono alla soluzione che è stata loro prospettata in sede di conciliazione e successivamente il giudice si orienta nella stessa direzione, vi sia una penalizzazione, per esempio al momento del calcolo delle spese. Parallelamente vanno adottate sanzioni per i riti temerari. Oggi la causa civile rappresenta a volte uno strumento di ricatto: si fa causa per premere sulla controparte, sapendo di poter contare sulla lunghezza del processo. Ultimo suggerimento: ridurre i termini previsti dal codice, per esempio nel caso della sospensione del processo. Capita che siano le parti a richiederla, ma bisognerebbe prevedere che vi sia una sola sospensione nel corso del procedimento e che abbia una durata limitata, non più di tre mesi. Altrimenti diventa un espediente dilatorio”.(B.S.)”

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10 Modi per la ripresa economica












